BEHEADED
A metà luglio è uscito il settimo lavoro della più longeva death metal band maltese che, a distanza di sei anni dal precedente disco, ha operato un deciso cambio di sonorità come testimoniato dal video apripista "Il Kittieb", e dall’utilizzo per la prima volta della lingua maltese per le liriche. Cerchiamo di saperne di più dal vocalist Frank Calleja e il chitarrista Simone Brigo.
A cosa si deve questo deciso cambio di sonorità? Dal death metal della maggior parte di carriera alla svolta black/doom del nuovo singolo? Simone: Indubbiamente c’è stata una svolta stilistica piuttosto significativa e Ghadam rappresenta per la band il punto di arrivo di un lungo percorso di ricerca, esplorativo e compositivo, che ha voluto liberare energie nuove e lasciare spazio a suggestioni diverse, innovative rispetto al songwriting tradizionale di Beheaded. Non ci sarebbe mancata la ricetta per scrivere un disco in linea con l’ultimo decennio di attività e certamente sarebbe stata la strada più semplice, la via più sicura, specie per assecondare le aspettative che potevano esserci per questa release. Quando si scrive musica però, se si prende la cosa seriamente e come nel nostro caso al di fuori di una cornice professionale, non lo si fa per compiacere un’audience, ma per un’urgenza espressiva. Questo tipo di stimolo può dare luogo a forme molto diverse, specie sulla lunga distanza, e nel caso di quest’ultima release, ha assunto una sua fisionomia autonoma e originale. Dire però che con Ghadam ci troviamo di fronte a una svolta black/doom è qualcosa che non mi sento di condividere e non solo per il disco, ma anche per la stessa Il-Kittieb con cui lo abbiamo presentato. Da un punto di vista compositivo non c’è traccia di black metal (e ancora meno di doom), ma posso capire l’accostamento facendo un giro più largo: negli ultimi anni il genere che si è più aperto alle contaminazioni è stato sicuramente un certo black metal (che personalmente fatico a definire ancora tale, vista l’enorme trasformazione) e la natura spuria di questo nostro ultimo lavoro gli si può avvicinare proprio in questo, ossia nella misura in cui si è lasciato che elementi eterogenei infiltrassero la composizione.
Sarà il black/doom a farla da padrone nel nuovo album in uscita il 25 luglio? Simone: Permettimi una premessa. Il primo singolo è certamente l’episodio più eccentrico della release e ha una sua funzione narrativa specifica che sarà possibile apprezzare con l’ascolto integrale del disco, nel quale esiste una dinamica attentamente modulata, una vitalità propria dell’insieme che non può essere colta da un frammento. Si tratta infatti di un concept album, con una sua rigida coerenza interna e che andrebbe considerato in prima istanza come un tutto e solo dopo nelle sue parti. Ogni brano è funzionale al procedere della narrazione, di cui assume il ritmo e di cui cerca di restituire l’atmosfera. Certamente però resta, o quantomeno voglio sperare che sia così, un’unità stilistica di fondo che lega i diversi momenti che si susseguono. Il vibe specifico del Kittieb, quello che definisci black/doom, è caratterrizzante anzitutto del singolo brano e non dell’intera release, che a mio giudizio resta coerentemente death metal. Questa volta però si tratta di un death metal in gran parte privo di alcuni stilemi piuttosto abusati, che cerca di rifarsi, forse più di quanto è intuibile da un primo ascolto, a quello che è il nostro background specifico, ossia sicuramente il death metal degli anni 90, ma anche in senso più generico il metal degli anni 80 con cui siamo cresciuti. I pezzi hanno questa fortissima parentela se si bada al riffing, alle strutture, alla centralità della voce (il progetto inziale per l’artwork, poi accantonato, voleva essere una copertina in stile King Diamond!). Ghadam è stato un processo di riacquisizione della nostra identità musicale, che stava pericolosamente lasciandosi trasportare alla deriva da una certa omologazione, fatta di forme consolidate, ma meno ispirate e che è stata la cifra stilistica comune a molte band estreme dopo lo sgonfiarsi 10/12 anni fa della scena di cui facevamo parte.
La scelta dei testi in lingua maltese non potrebbe essere un’arma a doppio taglio per chi non la comprende? Su cosa vertono le liriche? Frank: In alcune circostanze un’arma a doppio taglio può essere qualcosa di desiderabile. Se l’impiego di una lingua che non è universalmente compresa certamente rappresenta un rischio per l’accessibilità dell’album, al contempo contribuisce in modo significativo a conferirgli un forte tratto di autenticità e a renderlo intrigante. L’uso del Maltese infonde alla release una profondità culturale e un’unicità, che ne rappresentano i tratti distintivi. Peraltro, al fine di poter trasmettere fino in fondo il concept che anima il disco, l’uso della lingua maltese non è stata una semplice scelta stilistica, ma una necessità.
Come siete arrivati dall’essere una band totalmente maltese ad avere una forte componente italiana? La distanza non vi crea problemi in fase di composizione? Frank: Il passaggio dall’essere una band interamente maltese all’avere una forte componente italiana è cominciato con il reclutamento di Davide Billia alla batteria, seguito di lì a poco da Simone Brigo alla chitarra. Entrambi fanno parte dei Beheaded fin dai tempi di 'Beat Incarnate' (2015) e hanno contribuito agli ultimi tre album, fino a diventare membri fondamentali della band. Da ultimo poi si è unito a noi anche Fabio Marasco alla chitarra e questo è il suo primo disco con Beheaded. Questa transizione non è stata motivata da ragioni logistiche, benché all’atto pratico si sia rivelata una scelta vantaggiosa in questo senso. Si è trattato piuttosto di trovare le persone giuste, capaci di dare il loro apporto tecnico e compositivo, ma anche di condividere la nostra stessa dedizione nei confronti della band, e, non da ultimo, di inserirsi bene nel gruppo a livello interpersonale. Il contingente italiano ha innegabilmente alzato il livello compositivo e fatto maturare il sound di Beheaded, portando nella band una grande professionalità, che le ha fatto fare passi avanti. Allo stesso tempo però, le radici maltesi restano vive e preservano l’identità e l’autenticità della band, elementi che sono sempre stati fondamentali per noi. Penso che questo blend italo-maltese abbia dato prova di essere una formula potente.
State programmando un tour di supporto? Vi vedremo nuovamente in Italia? Simone: il booking si aprirà ufficialmente con l’uscita del disco, ma stiamo già prendendo contatto con festival e valutando le opportunità di tour insieme alla booking con cui da poco abbiamo avviato una collaborazione, l’inglese Echelon Booking. Al momento è tutto in fase di definizione, fatta eccezione per una veloce tornata di show negli Stati Uniti prevista per l’autunno. Certamente vogliamo presentare Ghadam anche in Italia, dove abbiamo una fanbase affezionata e che è il paese ormai di tre membri su cinque della band. Sono abbastanza sicuro che suoneremo nell’area di Milano nel 2026, tanto che la cosa è già in fase di discussione con alcuni promoter.
Dopo diversi album su Unique Leader siete passati ad Agonia Records, cambio di strategia di marketing o volevate una label europea per avere maggior disponibilità dei vostri lavori a costi minori? Simone: Anche le label sono soggette a virate stilistiche che, nel caso di un business, solitamente sono mirate a intercettare un mercato, specie se quello di riferimento va esaurendosi. Per quanto si faccia fatica a volerlo riconoscere, il metal è soggetto a trend come tutti gli altri generi e per una label molto specifica e settoriale questo può voler dire una veloce fortuna, come anche un rapido declino. Da qui la necessità di adattarsi attraverso metamorfosi. Altre volte sono poi i cambi nel management che portano nuove sensibilità e orientamenti in un’etichetta ma, fuori da una visione romantica e un po’ mistificatoria, direi che anche queste trasformazioni si calibrano su parametri commerciali: non bisogna dimenticare che l’esistenza e la sopravvivenza di queste attività è pur sempre legata alla vendita. Da parte nostra non ci sono state considerazioni di marketing, anche perché la band non è la nostra professione, né rappresenta un’entrata in alcun modo significativa per alcuno di noi. Semplicemente avevamo un contratto in scadenza e UL sembrava non nutrire particolare interesse per la nostra formula, essendosi orientata maggiormente su altre scene e sottogeneri. Non bisogna dimenticare poi che a cavallo del nostro cambio di label c’è stato il subentrare di una gestione dell’etichetta dovuto alla prematura dipartita di Erik Lindmark. In vista della scadenza del contratto, come tutti gli altri dunque abbiamo preso contatto con le realtà che reputavamo interessanti e scelto Agonia, tanto per la buona proposta quanto per roster e visibilità.
Alcuni metal festival (e non solo) importanti hanno luogo nell’isola: Dark Malta, Malta Doom Festival, Malta Death Fest (di cui sei promotore), inoltre diverse formazioni dal grande appeal sono venute e verranno a suonare (Paradise Lost, Cannibal Corpse, Dream Theater e Opeth, solo per nominarne alcune). La scena metal maltese anche se piccola è sempre stata in continuo fermento, con diverse band meritevoli di attenzione fuori dai confini dell’isola; Tu sei tra i prime mover, che differenze vedi tra il passato ed il presente? Frank: Non credo di essere la persona giusta per valutare lo stato attuale della scena metal maltese in questo periodo sia perché non sono più coinvolto nell’organizzazione del Malta Death Fest, sia perché ultimamente non ho avuto molte occasioni di frequentare gli show locali. Questo anzitutto per via della mia attività con The Whiskey Music Project, che impegna quasi tutti i miei weekend, ma anche perché da tempo mi sono trasferito a Gozo e il tragitto verso l’isola principale per partecipare agli eventi non è dei più agevoli. Ciò detto, guardando dall’esterno, la scena sembra essere viva e pulsante. Ci sono band solide che stanno emergendo nei più diversi sottogeneri metal e non. Inoltre la presenza sempre più frequente di grosse band estere che vengono a suonare sull’isola è certamente positiva per i fan. Tuttavia, e questa è una cosa tipicamente maltese, questi eventi sono nelle mani di gente principalmente interessata a guadagnarci dei soldi, specie approfittando di fondi pubblici, che nelle intenzioni dovrebbero servire alla crescita degli artisti locali. Credo che un grande fattore nell’evoluzione della scena locale siano stati i mutamenti sociali verificatisi a Malta negli ultimi anni. Il paese è diventato significativamente più metropolitano, con un notevole influsso di stranieri e influenze culturali che sono penetrate in modo naturale nella scena musicale. Questo ha favorito un mix di stili e di audience più ampio e maggiormente eclettico, che ha infuso nuova energia in una community che è sempre stata molto dedicata, sebbene piuttosto piccola. E bello vedere che, a dispetto delle sue dimensioni modeste, la scena maltese resta viva e continua ad adattarsi.
Gli Slit (tua prima band) esistono ancora? Frank: Benché la band non sia mai stata sciolta ufficialmente, non si può dire che sia ancora attiva. Gli Slit per me sono ormai un capitolo chiuso. È stata una grande esperienza finché è durata. Nel periodo in cui eravamo attivi, in particolare nei primi e nei mid-2000s, credo che abbiamo fatto molto, specialmente se consideri le limitazioni e le avversità che dovevamo fronteggiare come band maltese che voleva farcela. Detto ciò, lo slancio della band ha cominciato ad affievolirsi dopo la release del nostro ultimo album, intorno al 2007-2008. Dopo di allora abbiamo fatto solo una manciata di date sparse, ma nulla di sostanziale o sufficientemente consistente da suggerire che avesse senso mantenere la band in attività. Personalmente mi sento in pace con questo. Gli Slit sono serviti al loro scopo, tanto nella mia vita quanto nel mio percorso musicale e sono grato per quello che abbiamo costruito e vissuto insieme, ma ormai tutto ciò appartiene al passato. Slit hanno posto le basi per tutto quello che è seguito, ma sono andato oltre.
Cosa significa vivere oggi a Malta per chi suona death metal? Frank: Ad essere sincero, non credo che vivere a Malta abbia oggi un particolare significato rispetto al suonare o all’ascoltare death metal, non per me quantomeno. Non sono mai stato il tipo che lascia definire o influenzare la propria vita personale o professionale da un genere musicale. Non mi identifico in etichette come “metallaro”, né l’essere coinvolto nel death metal ha alcun effetto su quanto possa sentirmi felice o realizzato in generale. Certamente essere in un genere di nicchia come il death metal in un piccolo paese come Malta ha alcuni limiti. Ci sono meno eventi, meno opportunità locali di connettersi a un network e meno esposizione in paragone a posti come la Germania, i Paesi Bassi o altre parti d’Europa dove la scena è più profondamente. Detto questo, la natura globale della comunità metal oggi determina molte possibilità di intercettare ed entrare in contatto con la scena al di fuori dei confini di Malta. Tour, festival all’estero, collaborazioni online, sono tutti modi per rimanere connessi e continuare a contribuire al genere, indipendentemente da dove si viene.
Vuoi aggiungere qualcosa? Frank: Grazie per questa intervista e per averci dato la possibilità di esprimerci e condividere I nostri pensieri. È sempre piacevole trovare un interesse sincero per quello che facciamo, non solo musicalmente
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